No one will see me.

"Sotto sotto, siamo tutti uguali. Tutti completamente succubi di una società che ci divora la mente, ormai limitata. ©"

Gen 24

Anonimo ha chiesto: Ma chi sei? Dovrei porla io a te la domanda.

Gen 19

Morte, illudi le mie sinistre visioni di poter essere meno tenebrose. Mostrami il tuo viso sghignazzante, poiché io conosco la tua euforia nel strappare i battiti d’un cuore ormai troppo stanco da colui che s’accorge di non desiderare altro che vivere, soltanto dopo che il tuo travaglio è giunto al termine. Punta le tue languide dita verso il mio corpo giacente su un pavimento di sangue che con fare logoroso mi preparasti, non fermare il suo tocco dopo aver lambito la mia pelle verdastra, prolunga il tempo d’una morte ormai certa permettendomi di godere del tuo grifagno modo di suggermi l’anima. Possano le mie sciagure imbattersi nei tuoi occhi fatali e vendicarsi di una morte troppo benevola, difronte le mie aspettative. ©

Gen 15

Dietro il tuo passo svelto e deciso lasciasti soltanto erba secca. I cieli si tinsero d’un colore grigiastro, fino a diventare neri, in pieno pomeriggio.  Le piante si piegarono verso il basso, come i girasoli baciano la terra durante la notte. Fusti capace di far spuntare un viso persino agli alberi, quel volto dagli occhi tristi e labbra con gli angoli verso il basso.  Fu come se anche la natura si vestisse di lutto difronte al tuo abbandono. Nel mio viso invece non si poteva intravedere alcuna espressione, in quanto come lo sposo davanti all’altare alza il velo bianco alla sposa per donargli le sue labbra promettendole amore eterno, tu abbandonandomi compisti l’azione contraria coprendomi il viso con un velo nero.  Il tuo ricordo è destinato comunque all’ardua ed imperpetua decomposizione. ©

Gen 15

Lacrime diffuse su un’immagine riflessa allo specchio di quella che non vuoi accettare di essere. Immagine che sbiadisce quando sei ancora lì davanti quel pezzo di vetro, per le energie che ti vengono a mancare quando stai per un tempo troppo lungo piantata in un punto all’impiedi. Corri perché i liquidi ingeriti risalgono all’origine, ma non riesci ad arrivare in bagno, la loro velocità è superiore a quella che le tue gambe hanno. Senti urlare qualcuno che forse chiama il tuo nome, ma non ne sei sicura, perché l’udito non ti serve a dimagrire, perciò ignori questo senso e ti concentri su quello della vista. Torni davanti alla tua immagine, torni così a tirar pugni al cervello armandoti di pugni fatti di pensieri di quella che, stavolta, vorresti essere. I ‘ma’, i ‘se’, corrono sulla tua bocca, e guardandola muoversi ti accorgi che anche le tue labbra sono troppo in carne. ‘Ma se io smettessi anche di bere, ce la farei?’ Quel letto sembra fatto di chiodi, solo perché i chiodi sono le tue ossa sporgenti che ti infastidiscono, ma tu non te ne rendi nemmeno conto, credi sia grasso da smaltire. Tra le chiacchiere che la gente cerca di farti inguirgitare non oseresti mai distogliere il tuo pensiero dal tuo maledetto corpo, magari desiderando anche quello di una persona che ti passa davanti per caso. Odiare la vita per essere stata così crudele con te è all’ordine del giorno, ma odi comunque maggiormente il tuo corpo. La tua gola si è ristretta per quanto tempo è passato dall’ultimo boccone che hai mandato giù; il tuo stomaco non è altro che un palloncino sgonfio che desidera tanto essere gonfiato ancora una volta. Lacrime, vomito e sofferenza disegnano il cerchio della tua routine quotidiana, e non ti prendi mai un giorno per fare qualcosa di diverso, per non pensarci più. Braccia spigolose, gambe ossute, costole pungenti, pancia inesistente e tu non vedi altro che altra ciccia da bruciare. ‘Maledetto cibo, non potresti essere meno importante per la sopravvivenza? Non potresti, magari, non esistere? Maledetto cibo, maledetta io che non posso fare a meno di pensarti. Maledetta madre, perché non ti sei riscontrata in un cancro all’utero, così da non potermi far nascere?’©

Gen 13
Anorexia.